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Da qui si ricomincia. Giorno zero

Tutto è nato da un giro in bici.

Una bellissima mattina di aprile, con le nuvole e qualche gocciolina di pioggia. Una di quelle giornate in cui hai pianificato di fare mille cose appena finisci di lavorare, ma poi ti ricordi che non ci sarà elettricità per via di alcuni lavori e tutti i programmi saltano.

Allora prendi la bici e parti.

Proprio dietro casa mia c'è una lunga pista ciclabile che porta ovunque. O almeno, a me piace dirlo così. 😊

E comunque, dicevo che tutto nasce da qualche chilometro in bici. Sessanta, per l'esattezza.

Quella mattina c'era poca gente in giro a causa del tempo, quindi eravamo solo io, la bici e i miei pensieri.

Non avevo una destinazione, né una direzione precisa. Non avevo pianificato cosa fare, cosa vedere o addirittura cosa pensare. E sì, ci sono momenti in cui pianifico persino i pensieri, nel tentativo di mettere un po' d'ordine nella testa.

Mentre percorrevo la strada, pezzi della mia vita riaffioravano uno dopo l'altro. Frasi dette da questa o quella persona, ferite, cicatrici, rabbia, frustrazioni, delusioni e, soprattutto, quel continuo "devi perdonare" che mi sono sentita ripetere tante volte.

"Devi farlo, altrimenti tutto ti consuma. Accumuli rabbia e finisci per diventare uguale a chi odi."

Il verbo dovere è qualcosa che non ho mai capito fino in fondo. Non l'ho mai accettato davvero. Anzi, provoca in me una sorta di rifiuto istintivo.

Poi, guardando il mare alla mia destra che mi accompagnava lungo il percorso, ho capito tutto.

Era come se fino a quel momento avessi avuto davanti migliaia di pezzi di un puzzle sparsi senza alcun senso. Poi, dopo un'onda, l'immagine è apparsa all'improvviso. Tutti i pezzi si sono incastrati perfettamente e hanno iniziato ad avere un significato.

Sì, il mare ha questo potere. Riesce a rimettere insieme le cose. Provare per credere. 😊

Ed è lì che ho capito che il perdono non è un dovere.

Non ha nulla a che fare con le persone che ti hanno ferito.

Non significa riallacciare rapporti. Non significa cercare spiegazioni o capire perché qualcuno abbia scelto di comportarsi in un certo modo. Non significa permettere a chi non ha avuto rispetto per te di rientrare nella tua vita.

Non significa nemmeno pretendere delle scuse o pronunciare la frase "ti perdono" per dimostrare di essere una persona migliore.

Il perdono non appartiene agli altri.

Il perdono appartiene a noi.

Eppure la parte più difficile doveva ancora arrivare.

Perché capire qualcosa è un conto. Accettarla è un altro.

"Accettare". Anche questa è una parola che spesso usiamo con leggerezza, senza renderci conto di cosa significhi davvero.

Accettare non vuol dire essere d'accordo con ciò che è successo.

Non vuol dire dire che andava bene così.

Non vuol dire cancellare il dolore, le ferite o le conseguenze che certi eventi hanno lasciato dentro di noi.

Accettare significa guardare in faccia la realtà per quella che è.

Senza scappare.

Senza cercare di riscrivere il passato.

Senza continuare a ripetere nella propria mente che le cose sarebbero dovute andare diversamente.

Lasciare che tutti gli eventi attraversino il corpo e la mente non è affatto semplice.

Il dolore.

La frustrazione.

La paura.

La sensazione di aver perso qualcosa di importante.

A volte persino la sensazione di aver perso una parte di sé.

Tutto questo ti attraversa con una forza tale da farti tremare ogni singola cellula del corpo. Una sensazione così intensa che ti sembra quasi di scoprire parti di te che non sapevi nemmeno esistessero.

Pedalavo e la mia mente correva più veloce delle ruote.

Ricordi.

Volti.

Parole.

Momenti.

Tutto passava davanti ai miei occhi a una velocità impressionante.

Poi, all'improvviso, il silenzio.

Nessun pensiero.

Nessuna risposta.

Nessuna domanda.

Solo silenzio.

E pace.

Una pace che non saprei spiegare a parole.

Ti guardi intorno e ti accorgi che qualcosa è cambiato.

Il mare sembra avere un colore diverso.

Gli alberi sono più belli di come li ricordavi.

L'odore del sale che arriva dalla riva sembra più intenso.

Senti il canto degli uccelli.

Il rumore di un treno in lontananza.

Le voci delle persone.

Le case.

I dettagli.

È come se qualcuno ti avesse fatto atterrare proprio in quell'istante, dopo anni passati altrove.

Come se per la prima volta fossi davvero presente.

E allora arriva una domanda.

Una domanda semplice.

Ma potentissima.

"Dove sono stata fino ad oggi?"

Perché quella stessa strada l'avevo percorsa centinaia di volte.

Eppure non l'avevo mai vista davvero.

E forse non avevo visto davvero nemmeno me stessa.

I pensieri, i ricordi e il passato erano ancora lì.

Non erano spariti.

Ma qualcosa era cambiato.

Non sentivo più l'ingiustizia.

Non sentivo più la rabbia.

Non sentivo più il bisogno di trovare un colpevole.

Era successo.

Era parte della mia storia.

E basta.

L'unica domanda che restava era:

"E adesso?"

Come posso trasformare tutto questo in qualcosa di utile?

Come posso dare un significato a ciò che ho vissuto?

A chi può servire?

Cosa può insegnarmi?

È questo che voglio ricordare.

Non voglio dimenticare ciò che ho passato.

Non perché sia stato bello.

Non perché sia stata magia.

Ma perché ogni esperienza mi ha costruita.

Mi ha insegnato qualcosa.

Mi ha resa la persona che sono oggi.

Forse il perdono è proprio questo.

Accettare ciò che è stato.

Perdonare sé stessi.

Perdonare gli altri.

Perdonare la vita per non essere andata come l'avevamo immaginata.

Fare spazio.

Lasciare andare il peso inutile.

E permettere a qualcosa di nuovo di entrare.

Da qui si ricomincia.

Giorno zero.