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Prima che sia troppo tardi

26 agosto 2026

Il parassita, di solito, è molto, ma significativamente, più piccolo del suo ospite.

Guardandolo, potresti pensare che sia un essere stupido, insignificante, di poca importanza. Eppure riesce quasi sempre nel suo intento: distruggere il suo ospite, che magari è un essere potente, bellissimo e importante nel ciclo della vita.

Come mai, ti chiedi?

Me lo chiedo anch’io.

Come può un verme, una larva, abbattere uno splendido albero? Come può una cellula maligna distruggere un uomo sano?

Forse perché, proprio perché ci sembrano insignificanti, non diamo loro la giusta attenzione.

Si attaccano all’ospite lentamente. Cominciano ad alimentarsi di lui poco alla volta, quasi senza farsi notare. Non hanno bisogno di aggredirlo apertamente. Non hanno bisogno di distruggerlo in un giorno.

Gli basta poco.

Un po’ alla volta.

E quando finalmente ci accorgiamo della loro presenza, spesso è già troppo tardi. Hanno già succhiato gran parte della vita che c’era dentro, quella forza essenziale che serviva per reagire e recuperare.

Magari li crediamo stupidi, quando invece sono molto più abili dell’ospite nel fare esattamente ciò per cui sono nati.

E forse è proprio questo che facciamo fatica ad ammettere.

Forse per ignoranza, perché non riusciamo a credere che qualcosa di così piccolo possa essere capace di compiere qualcosa di così atroce.

Forse per orgoglio, perché costa ammettere che qualcosa di così piccolo possa avere tanta astuzia e tanta forza.

Ignoriamo che l’intera vita del parassita ha un unico scopo: attaccare, nutrirsi e distruggere la sua casa.

Per questo, nel suo intento, può diventare molto più agile e pericoloso del suo stesso ospite.

E allora mi chiedo:

Ti è mai capitato di avere a che fare con qualcuno che ti svuota?

Qualcuno che sembra succhiarti la vita, che ti lascia senza forze, che lentamente distrugge qualcosa dentro di te?

E soprattutto: ti sei mai chiesto in quale momento gli hai fatto spazio?

Quando è entrato nella tua vita?

Come hai fatto ad arrivare a quella situazione senza quasi accorgertene?

Magari pensavi di aver fatto tutto giusto. Pensavi di esserti protetto, di essere stato attento, di essere sempre stato alla larga da certe persone.

Eppure, un giorno, ti ritrovi lì.

Intrappolato.

Svuotato.

E soprattutto senza riuscire a vedere una via d’uscita.

O forse la via d’uscita esiste, ma sei tu che non sei più capace di vederla.

Chissà perché, in natura, quando un albero ha bisogno di aiuto, spesso c’è qualcuno dall’esterno che riesce a vedere quello che l’albero non può vedere.

Vede che qualcosa non va.

Vede il parassita.

Vede la malattia.

E cerca una soluzione.

Noi non siamo piante. Abbiamo un cervello. Possiamo ragionare, capire, analizzare, chiedere aiuto.

Eppure… non è forse proprio qui che ci sfugge qualcosa?

Perché quando arriviamo a certe situazioni, la disperazione di liberarci dal parassita finisce per accecarci.

Non vediamo più chiaramente.

Vogliamo soltanto liberarcene.

E questa disperazione ci porta spesso verso le soluzioni più estreme, quelle che finiscono per distruggere ancora di più noi stessi invece di distruggere ciò che si sta alimentando della nostra vita.

Perché ormai siamo diventati una cosa sola.

E ogni attacco contro il parassita rischia di colpire prima noi.

Allora andiamo a cercare aiuto fuori.

Solo che noi esseri umani abbiamo forse perso, almeno in parte, la capacità di guardarci davvero.

Di osservare.

Di capire.

Di aiutare.

Ci insegnano sempre di più a badare a noi stessi e a lasciare che gli altri risolvano da soli i loro problemi.

“Non sono affari miei.”

“Non posso farci niente.”

“Deve pensarci lui.”

“Tanto ognuno deve risolvere la propria vita.”

Ci stanno insegnando a confondere l’egoismo con l’amor proprio.

E attenzione: non puoi aiutare gli altri se prima non ami te stesso.

Questo è assolutamente vero.

Il problema è che stiamo portando questo concetto all’estremo.

Prendiamo una frase, la trasformiamo in una regola e smettiamo di chiederci che cosa significhi davvero.

Bisogna prima imparare ad amare noi stessi.

Bisogna imparare a rispettarsi, a proteggersi, a riconoscere i propri limiti.

Ma amare se stessi non dovrebbe significare diventare ciechi davanti agli altri.

Non dovrebbe diventare una giustificazione per girarsi dall’altra parte ogni volta che vediamo un’ingiustizia, una persona in difficoltà, un nostro caro che ha bisogno di aiuto.

Abbiamo cominciato persino a dire che il giusto e lo sbagliato sono termini relativi, come se questo ci permettesse di non prendere più posizione.

Come se, non sapendo cosa sia giusto per noi, non potessimo più riconoscere quando qualcuno sta soffrendo.

Forse abbiamo dimenticato una cosa molto semplice:

guardare.

Guardare davvero.

Guardare una persona e accorgerci che sta cambiando.

Guardare qualcuno e capire che qualcosa non va, anche quando dice che va tutto bene.

Guardare un albero e capire che sta morendo prima che sia troppo tardi.

Se solo ricominciassimo a guardarci davvero…

Attorno a noi ci sono tantissimi alberi che possono ancora essere salvati.

E forse alcuni di questi alberi siamo proprio noi.

E non dimentichiamoci che gli alberi producono l’ossigeno che ci permette di respirare.

Se lasciamo che il parassita si moltiplichi e continui a distruggere, prima o poi arriverà anche a noi.

Perché ciò che distrugge ciò che ci circonda, prima o poi, finisce per distruggere anche noi.

Forse, allora, dovremmo smettere di chiederci soltanto come proteggere noi stessi dal parassita.

Dovremmo ricominciare a guardarci intorno.

A guardarci davvero.

Perché magari, proprio accanto a noi, c’è un albero che sta morendo.

E forse siamo ancora in tempo per salvarlo.

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