Robot che respirano: abbiamo smesso di farci domande?
Avete mai fatto caso al fatto che, in fondo, sembriamo una specie di robot in movimento?
Ci vestiamo più o meno allo stesso modo, affrontiamo gli stessi argomenti, facciamo le stesse cose e, spesso, seguiamo gli stessi schemi. A volte ho l'impressione che qualcuno, da qualche parte, abbia scritto un codice sorgente e che noi non facciamo altro che eseguirlo, senza fermarci a riflettere, senza porci domande e, soprattutto, senza chiederci se quello che stiamo facendo abbia davvero un senso.
Provate, per un momento, ad ascoltare le persone che vi circondano. In fila al supermercato, davanti a una scuola, in metropolitana, al tavolo accanto al vostro mentre cenate al ristorante, al parco con i figli.
Ascoltatele davvero.
Vi accorgerete che le nostre conversazioni sono fatte, per la maggior parte, di affermazioni ed esclamazioni. I punti interrogativi, invece, sembrano essere diventati una specie in via di estinzione.
E quando facciamo una domanda, spesso ci limitiamo alle più scontate: «Fa caldo, eh?», «Che cosa hai mangiato a pranzo?», oppure la celebre «Hai mangiato?».
Ma siamo davvero convinti che queste siano domande capaci di dare inizio a una conversazione?
Non parlo di due persone che si conoscono appena, tra le quali un po' di superficialità è comprensibile e, forse, persino necessaria. Parlo di persone che si conoscono da anni, che trascorrono del tempo insieme, che condividono esperienze e momenti di vita.
Davvero non riusciamo ad andare oltre il solito scambio di informazioni, il solito rituale quotidiano?
Questa è la profondità dei nostri discorsi?
Il silenzio ci fa paura
Siamo superficiali, impegnati a correre da una parte all'altra, ma spesso non sappiamo nemmeno dove stiamo andando.
Se gli altri corrono, corriamo anche noi. Se tutti fanno qualcosa, sentiamo il bisogno di farla anche noi. Viviamo per emulazione, proprio come i bambini che imparano osservando gli adulti.
E così, senza rendercene conto, finiamo per ripetere gli stessi comportamenti, le stesse frasi, gli stessi pensieri.
Partiamo dalle affermazioni più comuni: «Fa caldo», «Fa freddo».
Ma fermiamoci un attimo. Perché lo diciamo?
Lo diciamo perché sentiamo davvero il bisogno di condividere una sensazione? Perché il caldo ci infastidisce e vogliamo esprimere il nostro disagio? Oppure lo diciamo semplicemente perché, in quel momento, non ci viene in mente nient'altro?
Forse stiamo soltanto cercando di riempire uno spazio vuoto nel modo più rapido possibile.
Perché il silenzio, quando siamo in compagnia di qualcuno, sembra essere diventato insopportabile.
Non sappiamo stare in silenzio in presenza di un'altra persona, nemmeno quando non abbiamo nulla di interessante da dire. Ci sentiamo obbligati a parlare, come se il silenzio fosse un errore da correggere, un imbarazzo da eliminare il prima possibile.
Ma perché?
Forse perché non sappiamo stare in silenzio nemmeno quando siamo soli.
Il silenzio, infatti, lascia spazio alle domande. E le domande possono essere scomode.
Quando smettiamo di parlare, quando interrompiamo il rumore di fondo delle nostre giornate, cominciamo a sentire i nostri pensieri. E allora potremmo scoprire che molte delle cose che facciamo non sono frutto di una scelta consapevole, ma semplicemente di un'abitudine.
Potremmo chiederci perché inseguiamo determinati obiettivi, perché desideriamo quello che desiderano gli altri, perché ripetiamo comportamenti che magari non ci rendono nemmeno felici.
E forse è proprio questo che cerchiamo di evitare: fermarci abbastanza a lungo da mettere in discussione la nostra vita.
È più facile lamentarsi che cambiare
Torniamo al nostro «Fa caldo».
Lo dico perché fa davvero caldo o perché mi dà fastidio che faccia caldo?
Potrebbe sembrare una distinzione insignificante, ma proviamo ad andare un po' più a fondo.
Se il caldo mi dà fastidio, posso fare qualcosa per migliorare la situazione? Posso cercare un luogo più fresco, cambiare ambiente o modificare le mie abitudini?
Magari sì.
Eppure, invece di cercare una soluzione, spesso preferiamo limitarci a lamentarci.
Perché?
Perché trovare una soluzione richiede uno sforzo. Significa dedicare tempo ed energia a migliorare una condizione che non ci piace. Significa assumersi una parte di responsabilità per ciò che possiamo cambiare.
Lamentarsi, invece, non costa quasi nulla.
Basta pronunciare una frase, ricevere in cambio un'altra frase e, improvvisamente, abbiamo l'impressione di aver sostenuto una conversazione.
«Fa caldo».
«Eh, sì, tantissimo».
Conversazione conclusa. Nessuno ha imparato qualcosa, nessuno ha scoperto un nuovo punto di vista, nessuno ha fatto un passo avanti. Eppure, per qualche secondo, abbiamo riempito il silenzio.
Naturalmente, non c'è nulla di sbagliato nel lamentarsi ogni tanto o nel parlare del tempo. Il problema nasce quando questi comportamenti diventano il nostro modo abituale di comunicare, quando ci accontentiamo di scambiare parole senza cercare un significato più profondo.
E allora la domanda è un'altra: quante volte parliamo davvero e quante volte, invece, ci limitiamo a produrre rumore?
«X ha picchiato Y a scuola»
Prendiamo un'altra affermazione, una di quelle che dovrebbero farci riflettere molto più di quanto facciamo normalmente.
«X ha picchiato Y a scuola».
Come reagiamo quando sentiamo una notizia del genere?
Probabilmente ci indigniamo. Condanniamo il gesto, esprimiamo il nostro disappunto e magari commentiamo l'accaduto con qualcuno.
Poi, però, lasciamo cadere la questione.
Ma perché un bambino ha picchiato un altro bambino?
Perché siamo così poco interessati a ciò che si nasconde dietro un comportamento?
Non sto dicendo che picchiare qualcuno sia giustificabile o che ogni gesto violento debba essere scusato. Sto dicendo che condannare un comportamento e cercare di comprenderne le cause sono due cose diverse. E che, se vogliamo evitare che certi comportamenti si ripetano, dovremmo imparare a fare entrambe.
Che cosa è successo prima del litigio? Che cosa ha provato ciascuno dei due bambini? Che cosa pensava di difendere quello che ha colpito? Come ha interpretato la situazione l'altro?
E soprattutto: che cosa stiamo insegnando ai nostri figli?
Insegniamo loro a fare domande, ad ascoltare le risposte e a cercare di comprendere il punto di vista altrui? Oppure insegniamo loro, magari senza rendercene conto, che bisogna difendere le proprie convinzioni a ogni costo?
Forse il problema comincia proprio da noi adulti.
Siamo spesso convinti di avere ragione. Io la penso così, tu la pensi diversamente. Io sono convinto della mia verità, tu della tua.
E in mezzo, troppo spesso, non lasciamo spazio a un punto interrogativo.
Quando due persone sono convinte che la propria verità sia l'unica possibile, il confronto diventa uno scontro. Non si cerca più di capire, ma di vincere. Non si ascolta per imparare, ma per trovare il momento giusto in cui rispondere.
E se ci pensiamo, questa dinamica non riguarda soltanto i bambini che litigano nel cortile di una scuola. La ritroviamo nelle famiglie, nelle relazioni, nella politica e nei conflitti tra popoli.
Naturalmente, le guerre hanno cause storiche, politiche ed economiche molto più complesse. Ma la difficoltà di riconoscere l'umanità dell'altro, di ascoltarlo e di mettere in discussione le proprie certezze può contribuire ad alimentare divisioni e ostilità.
E se imparassimo a fare più domande prima di arrivare a una conclusione?
«Perché sei nero?»
Immaginiamo una scena.
Un bambino dice a un altro: «Sei brutto perché sei nero».
Il secondo bambino si offende, perché interpreta quelle parole come un attacco. Convinto che il proprio colore della pelle sia qualcosa di cui essere orgoglioso, reagisce con un pugno.
Il primo ha espresso un giudizio. Il secondo ha risposto con la violenza.
Due affermazioni contrapposte, due convinzioni, nessuno spazio per la comprensione.
Ma proviamo a immaginare una scena diversa.
E se, invece di esprimere un giudizio, il primo bambino avesse fatto una domanda sincera?
«Perché hai la pelle di un colore diverso dal mio?».
Una domanda del genere, se posta senza intenzioni offensive e accompagnata dalla disponibilità ad ascoltare, potrebbe aprire la strada a una conversazione completamente diversa.
Potrebbe essere l'inizio di un discorso sulla genetica, sulla storia delle popolazioni umane, sulla geografia e sulle migrazioni. Potrebbe diventare un'occasione per scoprire come le persone si siano adattate a differenti ambienti nel corso della loro storia, senza trasformare le differenze fisiche in una graduatoria di valore.
Il bambino potrebbe scoprire che il colore della pelle dipende principalmente dalla quantità e dal tipo di melanina e che la sua distribuzione è il risultato di una storia evolutiva complessa.
Potrebbe imparare che avere un colore della pelle diverso non rende nessuno più bello, più brutto, più intelligente o più importante di un altro.
E potrebbe scoprire tutto questo non attraverso un rimprovero, ma attraverso una conversazione.
Naturalmente, non basta formulare una domanda per garantire un dialogo pacifico. Anche una domanda può essere provocatoria, offensiva o usata per umiliare. E un bambino che subisce un insulto razzista ha tutto il diritto di essere protetto e di ricevere sostegno.
Il punto non è sostituire ogni giudizio con una domanda, come se tutte le opinioni avessero lo stesso valore. Il punto è imparare a distinguere ciò che sappiamo da ciò che presumiamo, ciò che comprendiamo da ciò che non conosciamo ancora.
E soprattutto, insegnare ai bambini che la curiosità può avvicinare le persone, mentre il pregiudizio può allontanarle.
Pensate a quante incomprensioni potrebbero essere evitate se, prima di reagire, imparassimo a chiedere: «Che cosa intendi?», «Perché la pensi così?», «Mi aiuti a capire?».
Quante discussioni potrebbero trasformarsi in occasioni di apprendimento?
Quante persone potremmo conoscere davvero, invece di fermarci all'idea che ci siamo fatti di loro?
La ricchezza che perdiamo quando smettiamo di chiedere
Immaginate quanto potremmo arricchirci interiormente se imparassimo a fare più domande e ad ascoltare davvero le risposte.
Ogni persona che incontriamo ha una storia che non conosciamo, esperienze che non abbiamo vissuto, pensieri che potrebbero mettere in discussione le nostre certezze.
Anche una persona che frequentiamo da anni può sorprenderci, se smettiamo di presumere di sapere già tutto di lei.
Eppure, spesso, non siamo disposti a fare lo sforzo necessario per scoprirlo.
Forse perché fare domande costa energia.
Costa attenzione, perché dobbiamo concentrarci su ciò che l'altro sta dicendo. Costa disponibilità, perché dobbiamo accettare che la risposta possa essere diversa da quella che ci aspettavamo. Costa umiltà, perché potremmo scoprire di non sapere qualcosa o, peggio ancora, di esserci sbagliati.
E costa anche la fatica di rivedere le nostre convinzioni.
È molto più comodo restare sul nostro piedistallo, convinti di essere il modello perfetto e irripetibile di cui il mondo dovrebbe prendere esempio.
È più facile giudicare che comprendere, rispondere che ascoltare, affermare che interrogarsi.
Ma a quale prezzo?
Quante occasioni perdiamo di imparare qualcosa di nuovo? Quante relazioni rimangono in superficie perché non troviamo il coraggio o la curiosità di andare oltre le solite frasi? Quante volte ci allontaniamo da qualcuno senza aver mai provato a capire davvero chi fosse?
E quante volte, invece, qualcuno potrebbe scoprire qualcosa di prezioso proprio grazie a una domanda che abbiamo avuto il coraggio di porre?
Non si tratta di trasformare ogni incontro in un interrogatorio filosofico, né di cercare significati nascosti in ogni frase. A volte parlare del tempo è semplicemente un modo per mostrare attenzione, rompere il ghiaccio o condividere un momento.
Il problema non è la semplicità delle conversazioni, ma la loro ripetizione automatica. È quando smettiamo di essere curiosi, quando non ci interessa più conoscere, quando ci accontentiamo di parlare senza essere davvero presenti.
Perché una conversazione profonda non nasce necessariamente da una domanda complicata. Può nascere da un semplice «Come stai?», se siamo davvero disposti ad ascoltare la risposta.
Siamo robot che respirano?
E allora torniamo alla domanda iniziale.
Siamo davvero diventati una specie di robot che respirano?
Forse non siamo programmati da qualcuno, almeno non nel senso letterale del termine. Ma siamo certamente influenzati dalle abitudini, dall'ambiente in cui cresciamo, dalle aspettative sociali e dal bisogno di sentirci accettati.
Impariamo a parlare osservando gli altri. Impariamo a comportarci in determinati modi perché vediamo che è quello che fanno tutti. Ripetiamo idee che abbiamo sentito mille volte senza domandarci da dove provengano o se abbiano davvero senso.
E, poco alla volta, rischiamo di confondere ciò che scegliamo con ciò che facciamo semplicemente perché lo fanno tutti.
Se gli altri corrono, corriamo anche noi. Se gli altri giudicano, giudichiamo anche noi. Se gli altri si lamentano, ci lamentiamo anche noi.
Ma verso dove stiamo correndo?
E soprattutto, siamo sicuri di voler arrivare nello stesso posto degli altri?
Forse ci piace vivere così. Forse preferiamo la comodità di una vita fatta di abitudini, risposte preconfezionate e convinzioni che non richiedono troppi sforzi.
Forse ci piace perché non siamo costretti a mettere in discussione noi stessi.
Fare domande significa aprire porte. E dietro alcune di quelle porte potremmo trovare risposte che ci obbligherebbero a cambiare, a rinunciare a qualche certezza, a riconoscere un errore o a guardare il mondo da una prospettiva diversa.
Non sempre è piacevole.
Ma sai qual è il prezzo più alto che paghiamo quando smettiamo di fare domande?
La vita stessa.
Abbiamo una sola vita e rischiamo di sprecarla aspettando che passi, ripetendo gesti che non abbiamo scelto, inseguendo obiettivi che non ci appartengono e lasciando che siano gli altri a dirci che cosa desiderare, che cosa pensare e come vivere.
Rischiamo di trascorrere gli anni senza esserci mai chiesti davvero chi siamo, che cosa vogliamo e perché facciamo quello che facciamo.
E un giorno potremmo guardarci indietro e scoprire che siamo stati così impegnati a seguire il codice da non esserci mai domandati chi lo avesse scritto.
Forse non possiamo smettere di essere influenzati dagli altri. Forse non possiamo liberarci completamente delle nostre abitudini. Ma possiamo cominciare a riconoscerle, a metterle in discussione e a scegliere, almeno qualche volta, di non seguirle automaticamente.
Possiamo imparare ad ascoltare senza prepararci subito a rispondere.
Possiamo provare a comprendere prima di giudicare.
Possiamo sostituire qualche affermazione con una domanda sincera.
E possiamo imparare a stare in silenzio, senza sentirci obbligati a riempire ogni spazio vuoto.
Perché forse è proprio lì, in quello spazio che cerchiamo continuamente di evitare, che comincia la possibilità di pensare davvero.
La domanda, allora, non è se siamo robot. La domanda è: quanto della nostra vita stiamo vivendo davvero e quanto, invece, ci limitiamo a eseguire?
